
Marinetti Filippo Tommaso
// BIOGRAFIANota Biografica
Filippo Tommaso Marinetti nacque il 22 dicembre 1876 ad Alessandria d’Egitto, in una famiglia di italiani benestanti trapiantati in terra d’Africa. Il padre Enrico, avvocato civilista di Voghera, aveva fatto fortuna come legale della Compagnia del Canale di Suez e del chedivè Tawfīq Pascià. La madre, Amalia Grolli, era una donna dolce e colta, che avrebbe esercitato sul figlio un’influenza profonda e duratura. Il piccolo Filippo crebbe tra palme, minareti e il frastuono cosmopolita di una città che sembrava uscita da un romanzo di Kipling, respirando fin da bambino quel miscuglio di esotismo, privilegio e irrequietezza che avrebbe segnato tutta la sua esistenza.
L’infanzia egiziana fu mitizzata dallo stesso Marinetti nei suoi scritti autobiografici, spesso più vicini alla leggenda che alla cronaca. Di certo frequentò il collegio dei gesuiti francesi Saint François-Xavier, dove a diciassette anni fondò la sua prima rivista scolastica, Papyrus. I gesuiti, poco entusiasti della passione del ragazzo per Émile Zola e i naturalisti francesi, minacciarono di espellerlo. Fu così spedito a Parigi a completare gli studi, dove nel 1893 ottenne il baccalaureato.Tornato in Italia, si iscrisse a giurisprudenza a Pavia insieme al fratello Leone. La morte prematura di quest’ultimo, a soli ventun anni, fu il primo grande trauma della sua vita. Laureatosi a Genova nel 1899, Marinetti decise di abbandonare il diritto – professione paterna – per inseguire la vocazione letteraria. Da quel momento non smise più di scrivere: poesia, narrativa, teatro, manifesti, parole in libertà. Tutto, purché fosse esplosivo.
Il poeta liberty e il giovane dannunziano
I primi versi di Marinetti, scritti in francese, furono notati soprattutto oltralpe. Pubblicati su riviste milanesi e parigine, attirarono l’attenzione di Catulle Mendès e Gustave Kahn. In quegli anni il giovane poeta si muoveva ancora nell’orbita del simbolismo e del liberty, con evidenti influenze di Mallarmé e, soprattutto, di Gabriele D’Annunzio. Il rapporto con il Vate fu sin dall’inizio ambivalente: rivalità, ammirazione, invidia e ironia si mescolavano in un cocktail tipicamente marinettiano.Nel 1902 pubblicò La conquête des étoiles, la sua prima raccolta di versi. Già si intravedeva il gusto per l’orrido, il grottesco e l’energia distruttiva che avrebbe caratterizzato il futuro futurista. Nello stesso anno perse la madre, Amalia, la figura più dolce e comprensiva della sua vita. Il dolore fu profondo, ma Marinetti lo trasformò in carburante creativo.
La nascita del Futurismo
Il vero colpo di genio arrivò nel 1909. Marinetti, appassionato di automobili veloci (all’epoca un lusso estremo), ebbe un incidente con la sua Isotta Fraschini: uscì di strada per evitare due ciclisti e finì in un fosso. L’episodio, trasfigurato nella leggenda marinettiana, divenne il nucleo del Manifesto del Futurismo, pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina del Figaro di Parigi.Il testo è un capolavoro di provocazione: «Distruggiamo i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie… Glorifichiamo la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». Era nata l’avanguardia più rumorosa, aggressiva e geniale del Novecento italiano.Le serate futuriste divennero leggendarie: Marinetti e i suoi compagni (Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini) declamavano manifesti davanti a platee ostili, spesso accolti da lanci di ortaggi e insulti. La provocazione era lo scopo: «Vogliamo essere fischiati», ripeteva Marinetti. E lo furono, con grande soddisfazione.
Guerra, parole in libertà e il “grande rifiuto”
Nel 1911 Marinetti partì come corrispondente di guerra per la campagna di Libia. L’esperienza lo segnò profondamente: assistette a massacri, vide la violenza della conquista coloniale, ma ne trasse anche un’energia vitale che riversò in La battaglia di Tripoli e, soprattutto, in Zang Tumb Tumb, il capolavoro delle “parole in libertà”. Durante la Prima Guerra Mondiale si arruolò volontario, combatté sugli altipiani e partecipò alla rotta di Caporetto e alla vittoria di Vittorio Veneto. L’esperienza bellica confermò la sua convinzione che la guerra fosse “la sola igiene del mondo”.Dopo la guerra fondò il Partito Politico Futurista, aderì ai Fasci di combattimento di Mussolini, partecipò all’assalto all’Avanti!, ma ben presto entrò in rotta di collisione con il fascismo che si stava “normalizzando”. Nel 1920 si dimise, deluso dal trasformismo mussoliniano. Tornò alla letteratura con opere meno sperimentali ma ancora vibranti: Gli indomabili, Il tamburo di fuoco.
L’Accademico d’Italia e le contraddizioni del Ventennio
Nel 1929 Mussolini lo nominò Accademico d’Italia. Marinetti accettò, con grande scandalo di molti futuristi puri. Da quel momento il fondatore dell’avanguardia più rivoluzionaria divenne, paradossalmente, un difensore della tradizione italiana contro l’“esterofilia”. Scrisse elogi di Leopardi come “maestro d’ottimismo” e cercò di conciliare futurismo e classicità. Negli anni Trenta si avvicinò al regime, pur mantenendo posizioni critiche sulle leggi razziali del 1938. Partecipò alla guerra d’Etiopia e, a sessantasei anni, anche alla campagna di Russia con l’ARMIR. Tornò malato e stanco.Morì il 2 dicembre 1944 a Bellagio, sul lago di Como, mentre la Repubblica Sociale Italiana agonizzava. Aveva appena finito di dettare le sue ultime pagine. Fu sepolto a Milano, con onori di Stato voluti da Mussolini.
L’eredità di un provocatore
Filippo Tommaso Marinetti fu un genio contraddittorio: rivoluzionario e reazionario, pacifista e bellicista, individualista e collettivista, ateo e mistico della modernità. Inventò il futurismo come un’esplosione contro il passato, ma finì per essere inghiottito dal regime che aveva contribuito a far nascere.La sua grandezza sta nell’aver capito prima di tutti che il Novecento sarebbe stato il secolo della velocità, della macchina, della folla e della distruzione creatrice. Le sue “parole in libertà” aprirono la strada alle avanguardie europee. Il suo culto della velocità, della guerra e della giovinezza influenzò profondamente il fascismo, ma anche l’arte contemporanea. Oggi lo ricordiamo come il poeta che voleva bruciare i musei e finì Accademico d’Italia. Un paradosso perfetto per un uomo che visse tutta la vita sul filo dell’eccesso, della provocazione e della contraddizione. Un futurista, insomma. Fino in fondo.
// RIFERIMENTI_BIBLIOGRAFICIBibliografia
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