
Gelli Giovanni
// BIOGRAFIANota Biografica
Giovan Battista Gelli nacque nel 1498 a Firenze, figlio di Carlo, un mercante di vini piuttosto benestante che aveva lasciato il borgo di Peretola per cercare fortuna in città. Invece di seguire le orme del padre tra botti e buon vino, il giovane Battista scelse una strada decisamente più umile: passò tutta la vita a fare il calzolaio.
Di giorno martellava suole, di sera si trasformava in filosofo e letterato autodidatta. Un vero “sarto dell’anima” ante litteram.
Si sposò con una certa Pantesilea (nome da eroina omerica, che già la dice lunga) e insieme ebbero due figlie, Alessandra e Marietta. Frequentò gli ambienti intellettuali del tempo senza mai fare troppo rumore: fu allievo di Antonio Francini e Francesco Verini, respirò l’aria savonaroliana e platonica degli Orti Oricellari, e rimase sempre un po’ in disparte, da bravo osservatore.
Fedele a Cosimo I, ricoprì alcune cariche pubbliche di modestissimo rilievo – il genere di incarichi che ti fanno entrare nei libri di storia senza però farti mai diventare potente. Nel 1540 entrò nell’Accademia degli Umidi, approvò con entusiasmo la sua trasformazione in Accademia Fiorentina e arrivò addirittura a farne il console nel 1548.
La sua vera passione era Dante. Il 5 agosto 1541 tenne la sua prima lezione all’Accademia commentando nientemeno che la lingua di Adamo nel Paradiso. Da lì in poi, tra una scarpa e l’altra, continuò a parlare di Dante e Petrarca con una certa regolarità.
Le sue opere più note sono due perle del Cinquecento:
- I capricci del bottaio (1546), una serie di dialoghi tra un bottaio e la propria anima che finirono dritti nel primo Indice dei libri proibiti (evidentemente l’anima del bottaio ragionava troppo liberamente);
- La Circe (1549), in cui Ulisse chiacchiera amabilmente con i suoi compagni trasformati in animali – un pretesto geniale per far parlare bestie che dicono verità scomode sugli esseri umani. Anche La Circe conobbe la censura: proibita in Spagna nel 1559, comparve nell’Indice italiano nel 1590.
Gelli era convinto (come tanti all’epoca) che i fondatori di Firenze discendessero direttamente da Noè, tesi “rinforzata” da un clamoroso falso di Annio da Viterbo che lui prese molto sul serio. Difese poi con passione la superiorità della lingua fiorentina su tutte le altre: tipico orgoglio locale, condito di sana arroganza toscana.
Nel 1553 Cosimo I lo nominò lettore ufficiale della Commedia. Da quel momento fino alla morte tenne nove letture dantesche, pubblicate anno dopo anno, che ebbero un’influenza notevole su tutto il Cinquecento fiorentino.
Se ne andò il 24 luglio 1563 nella sua casa di via dei Fossi e fu sepolto nella tomba di famiglia in Santa Maria Novella.
Calzolaio di giorno, filosofo di notte, dantista per vocazione: un personaggio che dimostra come si possa lasciare il segno nella storia anche senza smettere mai di aggiustare scarpe.
// RIFERIMENTI_BIBLIOGRAFICIBibliografia
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