
Ferré Gianfranco
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Primogenito di una famiglia in cui il solido pragmatismo industriale si mescolava al Monopolio di Stato — il padre forgiava macchine utensili, la madre aveva abbandonato i sali e tabacchi per immolarsi alle rassicuranti virtù del focolare domestico — Gianfranco Ferré sembrava destinato a un'esistenza deliziosamente borghese e provinciale. Che il giovane covasse velleità diverse fu tuttavia chiaro quando, a nemmeno diciassette anni, decise di sbaragliare i pittori della domenica vincendo il concorso indetto dalla "Famiglia Legnanese". Un trionfo di provincia, certo, ma pur sempre un presagio.
Il vero giro di boa arrivò nel 1969, con una laurea in Architettura al Politecnico di Milano. Eppure, anziché progettare condomini nella nebbia lombarda, il nostro pensò bene di applicare il rigore della geometria alla vanità umana. Gli anni Settanta lo videro debuttare nel bel mondo quasi in sordina, cesellando bigiotteria e accessori, per poi affinare il mestiere all'ombra di Walter Albini e Christiane Baily. Come da miglior copione bohémien-chic, seguì l'inevitabile folgorazione asiatica: un lungo ritiro in India che si tradusse nella collezione "Ketch" e nell'intuizione — rivelatasi poi discretamente redditizia — del prêt-à-porter femminile.
Nel 1978 si compie l'ineluttabile: l'apertura della Gianfranco Ferré Spa. Da quel momento l'ascesa assume i contorni dell'epopea, culminando nel 1989 con la chiamata alle armi (e al cachemire) a Parigi, dove gli vennero consegnate le sacre chiavi della direzione artistica nientemeno che di Christian Dior. Nel frattempo, in patria, "l'Architetto della moda" si era trasformato in un demiurgo onnivoro: il lancio del guardaroba maschile, le incursioni nell'Haute Couture, un'estesa cosmologia di profumi, e persino un garbato omaggio alle silhouette più opulente, elegantemente celato sotto l'eufemistica etichetta "FORMA O BY GFF".
Poi, come ogni stilista sopravvissuto agli eccessi degli anni Ottanta e Novanta, Ferré cedette alla febbre della proliferazione dei loghi. Siglando accordi pantagruelici con l'Italiana Manifatture di San Benedetto del Tronto, decise di griffare praticamente chiunque. Nacquero i Jeans, la linea Junior e, spingendosi ai confini dell'audacia commerciale, le dimenticate linee "Fans" e "Rhinosaurex" (sì, avete letto bene, Rhinosaurex). Si raggiunse così una felice e caotica ubiquità, suggellata dall'inevitabile co-branding Oaks by Ferré.
L'alba del nuovo millennio, dopo l'ennesima sortita nell'abbigliamento infantile, portò con sé la grande capitolazione finanziaria: tra il 2000 e il 2002, il 90% della sua creatura milanese venne ceduta alla IT Holding di Tonino Perna. Un colosso molisano che, con una certa spietata ironia del destino aziendale, sarebbe in seguito rovinosamente imploso finendo in amministrazione controllata.
La parabola del Maestro si chiuse in modo improvviso nel giugno del 2007. Colpito da un'emorragia cerebrale, Ferré si spense due giorni dopo al San Raffaele di Milano. Celebrati i funerali nella Basilica di San Magno, l'architetto che aveva ridisegnato l'eleganza di Avenue Montaigne è tornato infine nella sua Legnano, dove oggi riposa nella tomba di famiglia, immensamente lontano dal clamore parigino ma fedele, fino all'ultimo, alle proprie inossidabili origini lombarde.